Ci sono weekend che ti lasciano addosso quella stanchezza buona, quella che arriva dopo aver parlato troppo, riso troppo, bevuto troppi caffè e dormito troppo poco.
Questo è uno di quelli ed è stato esattamente così: un WordCamp a Torino, nella la mia città, con la community WordPress che si è data appuntamento per parlare di codice, di intelligenza artificiale, di business e “soprattutto” per ritrovarsi.

L’atmosfera di un WordCamp è una cosa che difficilmente si riesce a spiegare a chi non c’è mai stato. Puoi raccontare i talk, condividere le slide, linkare i video quando usciranno, ma quella sensazione di entrare in una sala e sentirsi immediatamente “a casa” e riconoscere volti che vedi una/due volte l’anno ma che è come esservi visti ieri, conoscere persone nuove che dopo dieci minuti ti sembra di conoscere da sempre — quella te la devi vivere.

WordCamp Torino 2026 - vibe coding fatto bene

Quest’anno, oltre alla solito “che bello rivederti e come vanno le cose”, ho avuto anche il piacere (e la responsabilità) di tenere un workshop di due ore: “Vibe Coding fatto bene.
Sala piena e gente seduta per terra, tante domande ed energia ottima. Ma andiamo con ordine.


L’atmosfera del WordCamp: perché è una cosa diversa

Se non sei mai stato a un WordCamp e provi a immaginartelo come una conferenza tech qualunque, sei fuori strada. Non è un evento aziendale, non è un convegno accademico, non è una fiera. È qualcosa di ibrido che ha più a che fare con un raduno di famiglia allargata che con un evento professionale — anche se, sotto sotto, di lavoro se ne fa eccome.

Il filo conduttore è ovviamente WordPress, ma il bello è che WordPress qui non è mai solo il CMS. È il punto di partenza per parlare di tutto: di sviluppo, di accessibilità, di SEO, di business, di sostenibilità, di etica, di community. Quest’anno a Torino è stato lo stesso: tra una sessione e l’altra ti capitava di trovarti in piedi in corridoio con un freelance che lavora da solo, un’agenzia da venti persone, un dipendente di una grossa realtà e magari uno studente al primo evento — e in cinque minuti la conversazione è già passata da “che tema usi?” a “ma secondo te dove va il mercato nei prossimi due anni?”.

Quello che mi colpisce sempre, e che non smetterò mai di ripetere, è la cordialità. Non quella di facciata da networking forzato, ma quella vera: gente che si ricorda di te, che si interessa davvero a quello che stai facendo, che non ha problemi a condividere conoscenza, contatti, esperienze. È un mondo dove la competizione esiste — siamo pur sempre tutti professionisti che lavorano nello stesso settore — ma non viene mai sopra la voglia di crescere insieme. E in un’epoca in cui tutto sembra spinto a essere transazionale, è una boccata d’aria che vale da sola il prezzo del biglietto (che peraltro a un WordCamp è praticamente simbolico, grazie agli sponsor e ai volontari che ci mettono il cuore).

Anche quest’anno ho ritrovato vecchi amici e ne ho fatti di nuovi. Ho riso a crepapelle in pause caffè che si sono allungate ben oltre i quindici minuti previsti dal programma. Ho preso appunti durante i talk e ho continuato a discuterne durante la cena. Ho scambiato due chiacchiere con persone che seguivo solo via Twitter o LinkedIn e ho scoperto che dietro ogni profilo c’è sempre una storia interessante. Ed è proprio questo, alla fine, il vero contenuto di un WordCamp: i talk sono lo spunto, ma la sostanza la metti tu, parlando con gli altri.

Una nota di merito va all’organizzazione torinese, che ha gestito tutto con una professionalità che non si nota — e questo, paradossalmente, è il complimento più grande che si possa fare a un evento. Quando tutto fila liscio, vuol dire che dietro c’è stato un lavoro enorme che il pubblico nemmeno percepisce. Quindi grazie, davvero, a chi si è fatto in quattro per regalarci due giornate così.


I talk sull’AI: tra blindarsi e sviluppare

Era prevedibile, e infatti è successo: l’intelligenza artificiale è stata la grande co-protagonista di questo WordCamp. WordPress è stato il filo conduttore di tutti gli interventi, ma l’AI è entrata trasversalmente in moltissimi talk, con sfumature anche molto diverse tra loro. Tra i tanti, ce ne sono almeno due che voglio citare perché mi hanno particolarmente colpito.

Le 3 A: AI, Agent, AI Act. Come blindarsi a livello legale — Alessandro Vercellotti

Talk imperdibile, di quelli che dovrebbero essere obbligatori per chiunque oggi sviluppi software, gestisca siti per clienti o anche solo usi un agente AI nei propri processi. Alessandro ha affrontato un tema di cui si parla tanto ma quasi sempre male: la dimensione legale dell’AI nel contesto europeo. L’AI Act, che ormai non è più una novità ma una realtà operativa, sta iniziando a impattare in modo molto concreto su come progettiamo e mettiamo in produzione i sistemi che integrano modelli di intelligenza artificiale.

Quello che ho apprezzato in particolare è stato l’approccio pragmatico: niente allarmismo, niente fatalismo, ma una mappatura chiara di cosa serve sapere per non trovarsi in difficoltà. Il riferimento al concetto di agent — sistemi AI che agiscono in autonomia, prendono decisioni, eseguono azioni — è centrale, perché è esattamente lì che si stanno spostando rischi e responsabilità. Se hai un workflow N8N che decide autonomamente cosa fare con le email dei tuoi clienti, o un agente che gestisce parte del tuo customer care, la domanda “chi è responsabile se sbaglia?” non è più teorica.

Sviluppare utilizzando l’intelligenza artificiale — Andrea Gandino

Sull’altro versante, quello pratico-operativo, Andrea ha portato un intervento molto concreto su come l’AI sta cambiando — e in alcuni casi rivoluzionando — il modo in cui scriviamo codice. Niente fuffa, niente “la AI ci ruberà il lavoro” e nemmeno il suo opposto “la AI è solo un giocattolo”: un racconto onesto di cosa funziona, cosa no, dove c’è valore e dove invece il rischio è di farsi più male che bene.

Andrea ha toccato corde che mi hanno fatto annuire più volte, soprattutto sul tema della disciplina. Perché è facile innamorarsi dell’AI quando ti scrive cento righe di codice in dieci secondi, ma è altrettanto facile ritrovarsi con un codebase che nessuno capisce più — incluso te stesso. Il punto, e questa è una convinzione che condivido al cento per cento, è che l’AI moltiplica quello che sei: se sei un buono sviluppatore, l’AI ti rende migliore; se non lo sei, ti dà solo l’illusione di esserlo, fino a quando arriva il bug che non sai come affrontare.

Tra questi due talk, in qualche modo, si è collocato anche il mio workshop. Da una parte la consapevolezza dei limiti e delle responsabilità (Vercellotti), dall’altra la pratica concreta dello sviluppo AI-assisted (Gandino), e nel mezzo il tentativo di costruire un metodo che tenga insieme le due cose. Vediamo come è andata.


Il mio workshop: Vibe Coding fatto bene

Mi è stato dato uno spazio enorme: due ore piene, in formula workshop. Confesso che quando ho visto il programma ho avuto un attimo di panico — due ore sono tante, e tenere viva l’attenzione di un pubblico per così tanto tempo è una sfida seria. Ma il riscontro è stato ottimo: sala piena, energia alta, tante domande. Tantissime domande, anzi — e in molti casi non erano domande “didattiche” ma vere e proprie richieste di confronto su esperienze concrete che le persone stavano già vivendo nei loro progetti. Il che, per uno che fa formazione, è il regalo più bello che ti possano fare.

Cosa intendo per “Vibe Coding fatto bene”

Il termine “vibe coding” è diventato popolare nell’ultimo anno e mezzo, ma il modo in cui viene spesso interpretato mi convince poco. Spesso viene presentato come “scrivi cosa vuoi, l’AI fa il resto”. Ed è esattamente questo il punto su cui ho voluto insistere durante il workshop: se vibe coding significa “spero che funzioni”, allora stiamo parlando di hope coding, non di vibe coding. E hope coding, lo dico chiaramente, non è una metodologia: è una scommessa. A volte vinci, a volte perdi, ma non c’è un metodo replicabile.

WordCamp Torino 2026 - hope coding

Il vibe coding fatto bene è un’altra cosa. È un approccio iterativo allo sviluppo AI-assisted dove il programmatore mantiene il controllo del processo, della direzione, dell’architettura, mentre delega all’AI l’esecuzione di porzioni ben definite di lavoro. È — e qui ho insistito molto — più simile al lavoro di un direttore d’orchestra che a quello di un solista. Non scrivi più tutte le note, ma devi sapere benissimo che pezzo stai suonando, in che tempo, con che strumenti, e devi essere in grado di sentire immediatamente quando qualcuno (o qualcosa) sta stonando.

Ho già provato a mettere nero su bianco una parte di queste riflessioni in un articolo che avevo pubblicato qualche settimana prima del WordCamp: Prompt engineering e vibe coding.
Lo cito perché durante il workshop ho ripreso e ampliato diversi concetti che lì avevo solo accennato, in particolare sull’importanza di progettare prima e scrivere dopo.

Il template per il meta-prompting

Una delle parti che, a sensazione, ha funzionato meglio è stata quella sul meta-prompting. Concetto semplice da spiegare e devastante quando inizi a usarlo: invece di scrivere tu il prompt, fatti scrivere il prompt dall’AI. Le forniisci il contesto, l’obiettivo, i vincoli, e le chiedi di generare un prompt strutturato che poi userai (eventualmente in una nuova sessione) per ottenere il risultato che vuoi.

WordCamp Torino 2026 - meta prompt template

Sembra un giochino ricorsivo, ma in pratica è una delle leve più potenti per migliorare drasticamente la qualità degli output. Perché ti costringe a chiarire prima cosa vuoi davvero, e perché sfrutta la capacità del modello di “pensare a se stesso” — di formulare richieste in un formato che lui stesso elaborerà meglio.
Durante il workshop ho condiviso il mio template di prompt per generare prompt strutturati, e ho mostrato dal vivo come usarlo per produrre, passo dopo passo, la specifica di un plugin WordPress completo.

Il “Postulato del Pelizzone”

E qui arriva la parte che, nelle intenzioni, doveva essere semi-seria e che invece — a giudicare dalle risate — ha funzionato benissimo: il postulato del Pelizzone. Lo presento sempre con un certo divertimento perché è una formalizzazione un po’ ironica di una verità molto seria, ovvero che dopo che l’AI ha lavorato, il lavoro non è finito: è iniziato un altro lavoro.

WordCamp Torino 2026 - postulato del pelizzone

Il postulato dice, più o meno: “il codice generato da un’AI ha un debito tecnico implicito che, se non gestito attivamente, cresce in modo non lineare con la dimensione del progetto”. Tradotto: l’AI ti fa risparmiare tempo all’inizio, ma se non rivedi, refattorizzi, testi e documenti quello che ha prodotto, quel tempo te lo riprende — con gli interessi — più avanti. È la versione AI-native di un principio che chi sviluppa da vent’anni come me conosce bene: il codice non si scrive una volta, si mantiene per anni.

Da qui l’invito, durante il workshop, a costruire fin da subito un’abitudine di revisione: leggere quello che l’AI ti ha prodotto, non accettarlo a scatola chiusa, capire ogni riga, mettere in dubbio le scelte architetturali, e — quando serve — buttare via tutto e ricominciare. Perché il punto non è scrivere codice più velocemente, ma scrivere codice che funzioni e che resti manutenibile nel tempo.

Un grazie particolare a Elisa

Non posso non spendere due righe per Elisa Scagnetti ( sì, proprio quella di elisascagnetti.com ) che durante il workshop si è prestata generosamente a fare un po’ di “caciara” in versione assistente improvvisata. Ribattezzata sul momento Claud-IA (con tanto di trattino, mi raccomando), Elisa ha aggiunto quel tocco di frizzantezza che un workshop di due ore — diciamocelo — rischia altrimenti di diventare una maratona per tutti, relatore compreso.

Quando hai qualcuno che sta al gioco, che interrompe al momento giusto, capisci di avere una spalla preziosa. E in quel formato lì, dove alterni teoria e pratica, ironia e contenuto serio, una “spalla” ti salva la vita.
Quindi grazie Elisa: il workshop senza di te sarebbe stato lo stesso workshop, ma molto meno divertente. E forse anche un po’ meno efficace, perché il sorriso aiuta a fissare i concetti più di mille slide.

Slide e codice

Alla fine del workshop, come promesso, lascio i materiali a disposizione di chi vuole approfondire o rivedere qualche passaggio:

  • 📄 Slide del workshop (link al PDF in fondo all’articolo)
  • 💻 Plugin sviluppato dal vivo durante il workshop: github.com/miziomon/wp-telegram-notification — un piccolo plugin WordPress che invia notifiche su Telegram al posto (o in aggiunta) delle classiche email transazionali. Nato dal vivo, durante le due ore del workshop, applicando passo passo il metodo che avevo appena illustrato.

La Guida a Claude Code in formato cartaceo

Una sorpresa — bella — è stata l’accoglienza riservata alla mia Guida a Claude Code. Avevo deciso di stamparne 20 copie da portare al WordCamp, un po’ come gadget e un po’ sana auto-promozione.



Avevo qualche dubbio sull’effettivo interesse — alla fine la guida è disponibile gratuitamente in PDF, perché stampare qualcosa che chiunque può scaricare? — e invece sono volate via tutte. Letteralmente.

Claude Code - La guida pratica.
Stampa cartacea in italiano

E qui c’è un piccolo insegnamento che mi porto a casa: nell’era del digitale infinito e gratuito, il fisico ha ancora un valore. Una guida stampata, che puoi annotare con la penna, sottolineare, lasciare aperta sulla scrivania mentre lavori al monitor, è un’esperienza diversa da un PDF aperto in una tab del browser.
Mi ha colpito vedere persone che dopo aver preso la copia tornavano dopo un po’ a chiedermi un autografo o a farsi una foto insieme — cosa che mi ha fatto sorridere, perché non sono certo una rockstar, ma che mi ha anche fatto capire quanto il passaggio dal digitale al fisico dia un peso diverso al contenuto.

Cosa c’è nella guida

Per chi non la conoscesse, la guida è il frutto di utilizzo intensivo di Claude Code sul mio lavoro reale: sviluppo plugin WordPress, automazioni, integrazioni, refactoring di codebase legacy. Non è una documentazione ufficiale (per quella c’è la documentazione di Anthropic), e non è un tutorial “Hello World”.
È una raccolta di pratiche, configurazioni, accorgimenti e workflow che ho messo a punto sul campo, con l’obiettivo di rispondere a una domanda molto concreta: come fa, oggi, uno sviluppatore a integrare seriamente Claude Code nel proprio flusso di lavoro quotidiano senza perdere il controllo del progetto?

Insomma, tutto quello che avrei voluto trovare scritto da qualcuno quando ho iniziato io, e che invece ho dovuto scoprire un po’ per volta sbattendo la testa.

E per chi vuole la copia cartacea?

Visto il riscontro, ho già ordinato altre 20 copie. Quindi se sei tra quelli che hanno scaricato il PDF gratuito e ti rendi conto che un volumetto cartaceo — magari da tenere accanto al monitor — sarebbe più comodo, scrivimi un messaggio e ci organizziamo. Niente di formale, niente shop online, solo una chiacchierata via mail o LinkedIn per capire come fartela arrivare.


Ci vediamo presto

E così, eccoci alla fine. Un giorno passato troppo in fretta, come sempre, con quella sensazione un po’ agrodolce di “vorrei che durasse ancora un po’” che ogni evento ben fatto ti lascia addosso. Sono tornato a casa stanco, contento, con la testa piena di idee nuove e di conversazioni da rielaborare nei prossimi giorni — perché il bello dei WordCamp è anche questo: non finiscono il sabato sera, continuano nelle settimane successive, mentre digerisci quello che hai sentito e provi ad applicarlo nei tuoi progetti.

Il prossimo appuntamento italiano da non perdere, almeno nei miei piani, è il WordCamp Pisa
Se tutto va come spero, dovrei essere lì a riproporre il workshop su Vibe Coding fatto bene, con qualche miglioramento che — anche grazie alle domande ricevute a Torino — ho già iniziato a immaginare.
Sarà una versione 2.0 con un po’ meno teoria e più pratica.

Insomma, dacci un’occhiata, valuta se vale la pena fare un salto in Toscana: .

Per ora è tutto. Grazie a chi ha organizzato, a chi ha parlato, a chi ha ascoltato, a chi mi ha fatto domande, a chi mi ha accompagnato per caffè o uno Spriz, a Elisa per la “caciara”, e — più in generale — a questa community che ogni anno mi ricorda perché vent’anni fa ho deciso che WordPress sarebbe stato il mio mestiere.

💻 Repo del plugin: github.com/miziomon/wp-telegram-notification

📘 Guida a Claude Code (PDF gratuito): maurizio.mavida.com/guida-claude-code

.:: Maurizio Pelizzone

.:: Maurizio Pelizzone

Sono Maurizio Pelizzone, mi occupo di #wordpress per lavoro realizzando siti, temi e plugin personalizzati.
Quando serve faccio anche consulenza e formazione a distanza su WordPress, Woocommerce e Gutenberg

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *