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pensieri ... e parole

L’economia della paura

Venerdì scorso è arrivata la newsletter di Ivan che come sempre mi ha regalato alcuni importanti spunti di riflessione.

Mi ha fatto pensare per l’intero fine settimana e ho deciso che sarebbe stato importante mettere nero su bianco anche il mio pensiero anche solo per poterlo rileggere a distanza di tempo.

Per anni ho ragionato, interrogandomi e confrontandomi con altre persone, su cosa sia davvero sostenibile sul lungo termine per un piccolo professionista e il mio pensiero oggi è diametralmente opposto a quello espresso in queste parole.

Ok, ma come si fa a crescere? Se come me per lavorare hai bisogno di clienti di solito a un certo punto fai l’agenzia [ 3 ]: prendi più lavoro di quello che puoi fare da solo, prendi dei collaboratori per fare il lavoro, cerchi clienti più grossi e con budget più alti per pagare te e i tuoi collaboratori, rinse and repeat.

È la cosa che mi hanno detto di fare tutti, ed è esattamente la cosa che non ho intenzione di fare. Un po’ perché l’idea di prendermi la responsabilità di tirare dentro abbastanza lavoro per me e per altri mi getta nel puro sconforto. Il vero problema però è che è un altro circolo vizioso, e sul lungo periodo non è sostenibile: né dal punto di vista economico [ 4 ] – At best, you’ll earn yourself more work. Well done! You just won yourself more work – né se penso alla vita che voglio vivere: lavorare meno ore, separare quanto lavoro da quanto guadagno, passare meno ore davanti a un computer, passare più tempo con le persone, passare più tempo fuori.

Attenzione, non voglio però dire che quanto dice Ivan sia sbagliato. Rispetto la sua opinione che tra l’altro è simile a quella di tanti altri freelance ma secondo me non è pensabile fare il “one man band” per tutta la vita per più di un motivo.

Inoltre Ivan nella sua newsletter prosegue parlando dei suoi progetti ed in particolare di come si sta sviluppando Guido, ma ecco, io non sono tanto sicuro che tutti i freelance abbiano tra i propri progetti una cosa come quella…

== 1: La prudenza

Ovvio che statisticamente qualcuno potrà anche riuscire ad avere successo e mettere da parte il necessario per vivere, ma non posso avere la sicurezza di essere quell’uno su mille.

Posso sperarci, posso avere la perseveranza, posso metterci il cuore, ma credo che occorra anche la prudenza e il coraggio necessario per capire che non tutti siamo fatti per ballare da soli.

Dobbiamo renderci conto che ci sono degli aspetti legati alla fragilità umana:

Se sei da solo a volte non puoi permetterti nemmeno qualche giorno di malattia, figurarsi poi qualcosa di più serio che (tocchiamo ferro) dovesse tenerti in ospedale per delle settimane.
Ricordo il caso di qualche anno fa dove una freelance si è trovata ad affrontare un cancro, ed anche se fortunatamente tutto è finito bene non è stato facile gestirlo ne professionalmente ne economicamente.
Ma potrei fare anche esempi tra cui quello di un caro amico caduto dalla moto ed in cui si è “maciullato la gamba”.
Oltre due mesi passati a letto in cui era difficile fare qualsiasi cosa, figurarsi lavorare. Poi, dopo, altri 6 di fisioterapia.
Capitano anche cose meno drammatiche rispetto alle altre due ma nel mio vissuto ho attraversato un periodo difficile in ambito famigliare e posso garantirvi che il concentrarsi sul lavoro in alcuni giorni era davvero impossibile.
Ecco, io sono stato fortunato.

Negli anni sono riuscito a costruire qualcosa di solido: un’agenzia fatta da “soci” ma anche da dipendenti.
Ma soprattutto fatta da persone a cui in un momento difficile ho potuto delegare alcune delle mie responsabilità e dei miei impegni e che in qualche modo hanno condiviso con me il peso che avevo sulle spalle.
Se fossi stato da solo non so cosa avrei potuto fare…

== 2: Economia di scala e la paura del fallimento

Ricordo una cosa che mi dissero diversi anni fa e che mi era piaciuta molto: “un imprenditore deve essere in grado di creare un’attività capace di andare avanti anche senza di te
Va bene, mi potete dire che freelance NON è un imprenditore, ma in realtà, un freelance che vende se stesso ed i propri servizi non è altro che l’imprenditore di se stesso…

L’altra critica che mi viene spesso mossa quando argomento queste cose è che un team di freelance è più flessibile e meno problematico, ma questo penso sia vero solo se guardiamo la punta dei nostri piedi.

Forse se consideriamo il singolo progetto è così ma pensare di ricostruire il team ogni volta nel lungo periodo diventa un’attività costosa dove non puoi ottimizzare i processi lavorativi e soprattutto dove non c’è una visione condivisa a lungo termine.

ma io lavoro sempre con gli stessi collaboratori e ci sono anche degli obiettivi comuni…” ok, allora non prendiamoci in giro:
Siete di fatto una società di persone a cui mancano quelle agevolazioni fiscali per cui potreste abbassare i costi… (contabilità, commercialista, spese di struttura)

Questa cosa mi ricorda un po’ la paura che alcuni amici hanno di sposarsi e di prendere un impegno “per sempre?.
Che poi “per sempre? anche se oggi non fa più tutta quella paura; esistono anche le separazioni, i divorzi ed i fallimenti.

Le frasi ad effetto sul “fallimento? sono tantissime. Io per l’occasione mi gioco questa:
Il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo. Winston Churchill

== 3: La Morale e l’etica del professionista

Dal punto di vista di morale pensare solo al proprio orticello è tipico della nostra società, ma non per questo può essere considerato un valore positivo.

A questo si aggiunge uno dei problemi più difficili da affrontare: la voglia di NON cambiare.
Dopotutto così come sono sto bene, perché dovrei prendermi altre responsabilità?
Anzi in realtà vorrei vivere lavorando di meno e guadagnando di più…

Lasciamo perdere la storiella della formica e della cicala e prendiamo qualche nome della mondo reale: a me piace pensare che il sig Ford o, rimanendo nei confini piemontesi , il sig Olivetti si siano presi la responsabilità del loro progetto e delle persone che lavoravano per lui portando benessere non solo a se stessi ma anche ad altri.
Non voglio andare volutamente oltre oceano perchè è luogo comune pensare che in america sia tutto più semplice e sopratutto perchè i due signori che ho citato hanno affrontato delle difficoltà in un momento storico non proprio propizio per l’europa e che in qualche modo ricordano l’incertezza economica dei nostri tempi.

Ovvio che non tutti possiamo avere quel carisma e le capacità per fare qualcosa di grande, ma prendere questi nomi come modello mi aiuta sicuramente di più rispetto ad una “Chiara Ferragni?.

Provo a riassumere quello che è il mio pensiero: Fare qualcosa non solo per noi stessi e “provare? a costruire qualcosa che possa funzionare anche senza di noi ci può rendere persone migliori.

Concludo con un discorso etico più generale e rivolto ai tanti che si improvvisano professionisti perché stanchi del loro lavoro da dipendente:
E’ facile fare un preventivo svalutando il proprio lavoro sapendo che sì è un regime fiscale agevolato. Altrettanto facile lavorare con software non licenziato o regalando al cliente finale “cose? trovate in rete ma che avrebbero dovute essere fatturate…

Io questa la chiamo “concorrenza sleale? perchè rovina il mercato, abitua male i clienti ed alimenta il lavoro a bassa professionalità dei “Cuggggini?

Un’ultima cosa cosa sul tempo dedicato ai nostri affetti e di cui sono profondamente convinto: La cosa importante non è la quantità ma la qualità.
Ovvio che lavorare 18 ore al giorno crea stress e non facilità la relazione con gli affetti familiari ma come in tutte le cose è importante trovare il proprio equilibrio.

Quanto scritto non vuole essere la “cosa giusta” per tutti ma il mio pensiero su un argomento complesso e a volte sottovalutato. Spero tra qualche anno di pensarla ancora così, ma se così non fosse ne sarò ugualmente felice perchè solo gli stolti la pensano sempre nello stesso modo.

 

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WordPress è diventato POP

Prendo spunto da un articolo letto qualche giorno fa per portale il ragionamento della cultura di massa su quello che, dal mio punto di vista, sta succedendo all’interno della community di WordPress.

Lo voglio riassumere cosi:

nel bene o nel male WordPress sta diventato POP.

Si tratta ovviamente di considerazioni personali ma su cui mi piacerebbe confrontarmi…

Se parliamo di WordPress non possiamo più riferirci ad uno strumento relegato a piccole nicchie di persone Nerd che nel buio della loro cameretta lo installano e lo configurano per il proprio blog personale.
Non possiamo più parlare di gente sfigata senza vita sociale che passa il tempo davanti a righe di codice per realizzare temi e plugin “homemade” a proprio uso e consumo per poi condividerli con altri 4 amici.

Sarebbe sciocco non rendersi conto di quanto il processo mentale legato a logiche “open source” abbiano creato una community aperta a culture diverse e competenze eterogenee dove esperienze e storie completamente differenti stiano confluendo e vivendo in un ecosistema auto-sostenibile ed in continua crescita.

C’è chi con WordPress non solo si è inventato un lavoro, ma ne ha fatto un vero e proprio business.
Questo è il bello della logica opensource.
Anche quando è contaminato anche da interessi personali ed economici.
(nota: che poi mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Richard Stallman di questo aspetto)

Ed è per questo che adesso, oltre al Nerd, è facile trovare anche chi dopo un analisi di mercato fa sviluppare un template che possa coprire il più ampio numero di bisogni per poi vederlo e cercare di fare soldi.

Poi ci sono le persone “normali” che una volta ti chiedevano aiuto anche solo per accedere al login di WordPress, mentre adesso, uno su cinque, come le sorpresine kinder, vuole essere autonomo e con un impegno davvero minimo è in grado di avere il suo sito pronto e configurato ed iniziare a buttarci dentro contenuti in meno di un’ora.

La possibilità di rendere le persone così autonome possiamo e dobbiamo considerarla una cosa positiva, fa parte del processo di miglioramento continuo dell’usabilità di questo strumento, ma io, da pecora nera quale sono, non riesco a viverla sempre bene.
A volte mi trovo a pensare che sia meglio che il meccanico faccia il meccanico e che il dentista faccia il dentista…

Non voglio essere fraintesto perchè sono davvero contento di vedere così tante persone presenziare ad un WordCamp, venire ogni mese ai Meetup e partecipare a giornate per contribuire in qualsiasi modo a questo progetto ma c’è qualcosa che non mi torna e non credo credo sia la paura del “giochino” che mi è stato rubato.

Diciamo che voglio sperare che tutto questo volontariato, tutto questo fermento, non sia fatto “solo” per il propro tornaconto, per raggiungere il posto di potere o per riempire un vuoto nella propria vita ma che sia davvero motivato dall’essere protagonisti della rivoluzione culturale che Matt Mullenweg sta portando avanti come un trattore.

Cito non testualmente da un intervista rilasciata un po’ di tempo fa: “WordPress ha circa il 60% del mercato. Il problema è come raggiungere il restante 40%

Purtroppo però, come in un qualsiasi gruppo sociale, a volte bisogna convivere con qualche conflitto e con qualche compromesso cercando di non ascoltare troppo le dissonanze.

Il lato positivo è che abbiamo vinto: WordPress è ovunque.
Chiunque lavori in ambito web lo conosce e lo sa usare quel minimo che serve.
Tocca solo che ce ne rendiamo conto.

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Slush – L’alternativa a Yeoman basata su Gulp

Sono sempre alla ricerca di strumenti in grado di migliorare/velocizzare il flusso di attività dei progetti su cui lavoriamo e quando pensi di aver trovato la soluzione per la gestione dello “scaffolding” (vedi Yeoman) e ti capita di leggere robe come questa inizi a rimettere tutto in discussione…

L’articolo risale ad oltre un anno fa ma ammetto la mia ignoranza: di Slush non avevo mai sentito parlare…

Se usate Gulp e non avete ancora iniato ad usare strumenti per lo scaffolding provate a dargli una possibilità.

http://slushjs.github.io/ | https://github.com/slushjs/slush

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tutorial wordpress

Imparare ReactJs – day #1

Learn JavaScript, Deeply. Learn JavaScript, Deeply. Learn JavaScript, Deeply. Learn JavaScript, Deeply… ”

Voglio prendere sul serio il suggerimento di Matt ed imparare ad utilizzare javascript in modo più approfondito.
Voglio farlo un po’ per WordPress ed un po’ perchè sono veramente convinto che il futuro del web sia Javascript e per iniziare ho deciso di partire ed imparare ad utilizzare ReactJs integrandolo nei miei prossimi progetti WordPress (si, è vero Calypso mi ha impressionato).

Imparare ReactJs – da dove iniziare

Il primo problema che mi si è presentato è che non sapevo neppure da dove partire, quindi ho iniziato a cercare un po’ di materiale: guide, tutorial, esempi, video, ecc…

Questa una prima selezione delle cose che mi sono sembrate più interessanti:

  1. https://facebook.github.io/react/docs/getting-started.html
  2. https://scotch.io/tutorials/learning-react-getting-started-and-concepts
  3. https://www.codementor.io/reactjs/tutorial/the-reactjs-quick-start-guide
  4. https://blog.risingstack.com/the-react-way-getting-started-tutorial/
  5. https://www.codementor.io/reactjs/tutorial/react-js-flux-architecture-tutorial
  6. http://buildwithreact.com/ – Build with React is a periodical of tutorials and advanced articles for the ReactJS library.
  7. https://zapier.com/engineering/react-js-tutorial-guide-gotchas/
  8. https://egghead.io/technologies/react – Lots of people use React as the V in MVC. Since React makes no assumptions about the rest of your technology stack, it’s easy to try it out on a small feature in an existing project. (video)
  9. http://cosenonjaviste.it/react-tutorial/ (ita)
  10. http://www.html.it/articoli/react-linterfaccia-utente-costruita-componente-su-componente/ (ita)

Cosa ho imparato

ReactJs è una libreria javascript per costruire interfaccie utente fatte da componenti riutilizzabili.
Nei primi tutorial che ho letto sembra che il suo utilizzo sia piuttoto semplice ma per essere utilizzata in una applicazione reale ha bisogno di altri componenti per poter gestire richieste a servizi esterni.